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martedì 24 maggio 2011

L'Iran difende il "nazista" Von Trier

(pubblicato su www.lasestina.unimi.it).  

Cannes ha dimostrato di essere fascista», firmato Javad Shamaqdari, vice ministro della Cultura dell’Iran. Teheran prende le difese del regista danese Lars Von Trier, espulso qualche giorno fa dal festival di Cannes per le sue dichiarazioni sugli ebrei, Israele e Hitler. Una decisione che secondo Shamaqdari lascerà «una macchia nella storia del festival».
D’altra parte, l’Iran non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele e in passato il presidente Mahmud Ahmadinejad ha più volte definito l’Olocausto solo un mito. Von Trier, che a Cannes era in concorso con l’apocalittico Melancholia, aveva detto di essere orgoglioso delle sue origini tedesche e naziste, di capire Hitler e aveva definito Israele con un epiteto poco elegante, traducibile in “una rottura”. Logico quindi che le frasi di Von Trier, malato di depressione cronica oltre che regista, trovassero simpatizzanti in Iran. Meno prevedibile il fatto che un esponente del governo iraniano scrivesse una lettera indirizzata al presidente del più importante festival di cinema a livello mondiale, Gilles Jacob, per difendere Von Trier e attaccare Cannes. Nella lettera di Shamaqdari ci sono riferimenti «al trattamento di Galileo dalla parte della Chiesa medievale». Come a dire, «voi occidentali non trattate i vostri artisti meglio di quanto non facciamo noi».
Probabile che a determinare una presa di posizione così forte dell’Iran sull’evento ci siano due fattori diversi: cogliere l’occasione per attaccare Israele e rispondere a quelle che il governo di Ahmadinejad considera delle provocazioni fatte dal festival di Cannes. Sulla Croisette, infatti, è arrivato clandestinamente un film di Jafar Panahi, il regista condannato agli arresti domiciliari a Teheran e a cui è stato proibito di girare film per 20 anni. Panahi, accusato di istigazione alla rivolta, è stato al centro di molti appelli e tavole rotonde a Cannes. Dalle lacrime di Juliette Binoche nel 2010 alla sedia vuota nella giuria, Cannes ha sempre espresso solidarietà verso l’artista inviso al governo iraniano. Senza considerare che quest’anno in Costa Azzurra è arrivato anche un altro film che non va a genio ad Ahmadinejad, Au Revoir di Mohammed Rasoulof. Di sicuro Von Trier, abituato alle provocazioni, stavolta ha alzato un bel polverone. Il suo nuovo film Melancholia, valso la Palma d’oro a Kirsten Dunst come miglior attrice, vivrà nell’ombra delle sue frasi. E di quelle degli altri.

Lorenzo Lamperti

giovedì 19 maggio 2011

This is not a Film, Panahi arriva a Cannes

This is not a film. Questo non è un film. Jafar Panahi oltrepassa i muri di quel carcere che è diventata la sua casa e arriva fino a Cannes. Il festival accoglie il lavoro del regista iraniano, ed è proprio un film. Un documentario che mostra Panahi all'interno della sua personale prigione domestica, mentre legge, discute di cinema o racconta la storia che sarebbe dovuta essere il suo nuovo film, se il regime iraniano non lo avesse condannato per istigazione alla rivolta. 
This is not a Film arriva sulla Croisette con varie peripezie, in maniera del tutto clandestina, grazie a una chiavetta usb. Panahi legge e recita la sua sceneggiatura, visto che non può girarla. A un anno di distanza dalle lacrime di Juliette Binoche, Cannes porta sullo schermo il nuovo vagito di disperata libertà di un regista e di un uomo mutilato in quello che aveva di più caro, il cinema. Dopo due mesi di carcere, Panahi sta scontando la pena ai domiciliari in attesa di una sentenza definitiva. Il primo grado gli ha proibito di girare film per 20 anni. I tempi sembrano e saranno lunghi, e nel frattempo Panahi prova comunque a far sentire la sua voce. 
E non è un segnale isolato. A Cannes dovrebbe arrivare anche Mohammed Rasoulof, un altro regista malvisto dal potere Iran. Il film di Rasoulof, Au revoir, è stato portato clandestinamente a Cannes, prima ancora di ottenere l'autorizzazione dal governo iraniano, arrivato mercoledì 18 maggio. Ora si aspetta l'arrivo del regista, per quello di Panahi bisognerà invece ancora aspettare. Lui resta solo sullo schermo. E sarà pure su quelli italiani, vista la voracità con cui Cinecittà Luce si è accaparrata la distribuzione di This is not a Film.

martedì 21 dicembre 2010

Esiliato in casa

20 anni senza cinema. La giustizia iraniana condanna non solo il corpo di Jafar Panahi, sei anni di carcere,  ma anche la sua mente. La sentenza è stata consegnata ieri al regista di Teheran, che fino al 2030 non potrà lasciare l'Iran e neppure girare film. In attesa dell'appello, la condanna al carcere è sospesa, ma Panahi è confinato nella sua casa, ridotto senza lavoro e senza libertà. 
L'accusa ai suoi danni è quella di aver girato un film anti-governativo che avrebbe fomentato le masse della protesta verde contro il regime di Ahmadinejad. Panahi, conosciuto al pubblico internazionale per aver vinto il Leone d'oro al Festival di Venezia del 2000 con il film Il cerchio, dovrà così rinunciare all'invito di Berlino, ma soprattutto dovrà rinunciare al cinema: il suo lavoro, la sua passione, la sua vita. In molti vedono l'accanimento contro di lui come un ammonimento generale dell'Iran contro i suoi artisti non allineati. Come spesso accade, è l'arte la prima nemica di chi governa. Il caso di Panahi non fa che confermare il fastidio dei (pre)potenti verso chi è in grado di creare. Più visibile o meno, il bavaglio incombe ovunque.