Come anticipato, Terraferma è il candidato italiano agli Oscar. E ora si discute molto sul fatto se si tratti della scelta giusta o meno. Personalmente, la scelta di Habemus Papam mi sarebbe sembrata più appropriata, se non altro per il consenso che il film di Nanni Moretti ha riscosso all'estero. Ma lasciando per un attimo da parte i nostri errori, andiamo a vedere quello che succede in un altro Paese che ha dato tanto alla storia del cinema, la Russia.
La designazione del film da mandare all'Oscar in Russia è diventata un caso politico. Eh sì che i russi hanno tanto problemi a cui pensare in questi giorni, compresa la ricandidatura di Putin per le elezioni che ci saranno questa primavera. Eppure proprio il cinema diventa ancora una volta cartina di tornasole del difficile momento del Paese. La giuria ha scelto Burnt by the Sun di Mikhalkov, terzo capitolo della trilogia cominciata nel 1994 con Il sole ingannatore. Detta così, nessun problema. Mikhalkov è un habituée dell'Oscar, che ha vinto proprio con Il sole ingannatore nel 1995. Ha anche vinto a Venezia nel 1991 con Urga, e avrebbe meritato il Leone d'oro anche nel 2007 con 12. Peccato che già il secondo capitolo della saga avesse preso una piega spaventosamente patriottica, che pare essere stata ancor più accentuata in questo terzo capitolo.
Burnt by the Sun è stato stroncato dalla critica e ignorato dal pubblico ma ha ottenuto cinque voti su otto nella commissione dove, udite udite, sedeva lo stesso Mikhalkov. Un conflitto di interessi quantomeno curioso. Il presidente Vladimir Menshov, già premio Oscar nel 1981 col suo Mosca non crede alle lacrime si è rifiutato di firmare il verbale della seduta, criticando pubblicamente il verdetto, a suo dire manovrato con loghce clientelari dal potente collega. Mikhalkov in effetti ha guadagnato una potenza a dir poco incredibili: è il presidente dell'Unione Cineasti Russi e per il suo ultimo film ha ottenuto uno dei finanziamenti governativi più costosi del cinema russo, pari a 55 milioni di dollari, anche se l'interessato dice che sono 40. Quanta differenza con le difficoltà a girare un film che aveva un genio della pellicola come Andrej Tarkovskij, sabotato a più riprese dal regime sovietico. Resta così escluso dalla corsa alle statuette, oltre a Elena di Andrej Zvjagintsev (premio della giuria a Cannes nella sezione Un Certain Regard), l'erede prediletto proprio di Tarkovskij, vale a dire quel Sokurov che ha incantato Venezia con il suo Faust.
Insomma, la decisione della commissione sembra proprio un delitto. Vedremo se prima o poi un Dostoevskij penserà anche a un castigo.
Lorenzo Lamperti
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mercoledì 28 settembre 2011
lunedì 26 settembre 2011
Carnage, il massacro di Polanski
Faust di Sokurov deve essere davvero un capolavoro. Eh sì, perché vedendo Carnage non si riesce a capire come possa non aver vinto l'ultimo festival di Venezia. Ispirandosi all'opera teatrale "Il Dio del massacro" di Yasmina Reza, qui co-sceneggiatrice, Roman Polanski torna ai più alti livelli della sua produzione cinematografica.
Carnage è un dramma da camera, nel vero senso della parola. Tutto il film si svolge all'interno di una stanza, il salone della coppia Jodie Foster-John C. Reilly, che "ospitano" un'altra coppia, quella composta da Cristoph Waltz e Kate Winslet. L'obiettivo è trovare un accordo pacifico dopo che il figlio dei secondi ha picchiato quello dei primi con un bastone. Prima e dopo il corpus del film, i due quadri esterni che ritraggono i due bambini in campo lunghissimo. Una lezione di cinema e non solo, quella dell'autore di Rosemary's Baby, che indaga sulle meschinità, vizi e invidie degli uomini e donne del nostro tempo.
Tutto è giocato sulla ripetizione e la complicità con gli attori, tutti in stato di grazia. Il film gioca continuamente su due livelli paralleli: il parlato, l'esplicito, che invade tutta la storia in un flusso continuo, e il non detto, l'implicito, che arriva allo spettatore costretto a guardare tra le pieghe dell'immagine, tra il suono delle parole. I tic dei protagonisti tornano prepotenti e caratterizzano al massimo i quattro. Lo spettatore sa tutto di loro, pur non sapendo nulla. Li si vede solo in azione nel momento, in divenire, ma sembra di conoscerne passato e presente. Addirittura il futuro. Anche se prima e dopo il loro "civile" incontro non c'è nulla. Solo i loro figli.
Sopra le righe Jodie Foster, la paladina dei diritti civili che scrive libri sull'Africa e la fame nel mondo e non si perde una mostra d'arte. Divertentissima Kate Winslet, frustrata donna in carriera trascurata dal marito che prima vomita sul prezioso tavolo della Foster e poi si ubriaca col whisky. Efficace John C. Reilly, sempliciotto che si sforza di sembrare culturalmente attivo per compiacere la moglie, ma che poi lascia per strada di nascosto il criceto della figlia. Straordinario Cristoph Waltz, avvocato senza scrupoli che sputa sentenze e sta sempre al telefono.
Incredibile come un film costruito in questo modo riesca a essere sempre più appassionante, mano a mano che si scoprono le piccole amoralità, le grandi contraddizioni e l'impossibilità di comunicare degli esseri umani. E non credete a chi vi dice: potrebbe essere uno spettacolo di teatro. Carnage è un film e rappresenta al meglio l'arte cinematografica. Se la macchina da presa non si fa notare non significhi che non ci sia e non sia sapientemente manovrata. E poi a teatro come si potrebbe leggere la rabbia sul volto di Jodie Foster, la frustrazione su quello della Winslet, la meschinità in quello di Reilly e la strafottenza su quello di Waltz?
Lorenzo Lamperti
Carnage è un dramma da camera, nel vero senso della parola. Tutto il film si svolge all'interno di una stanza, il salone della coppia Jodie Foster-John C. Reilly, che "ospitano" un'altra coppia, quella composta da Cristoph Waltz e Kate Winslet. L'obiettivo è trovare un accordo pacifico dopo che il figlio dei secondi ha picchiato quello dei primi con un bastone. Prima e dopo il corpus del film, i due quadri esterni che ritraggono i due bambini in campo lunghissimo. Una lezione di cinema e non solo, quella dell'autore di Rosemary's Baby, che indaga sulle meschinità, vizi e invidie degli uomini e donne del nostro tempo.
Tutto è giocato sulla ripetizione e la complicità con gli attori, tutti in stato di grazia. Il film gioca continuamente su due livelli paralleli: il parlato, l'esplicito, che invade tutta la storia in un flusso continuo, e il non detto, l'implicito, che arriva allo spettatore costretto a guardare tra le pieghe dell'immagine, tra il suono delle parole. I tic dei protagonisti tornano prepotenti e caratterizzano al massimo i quattro. Lo spettatore sa tutto di loro, pur non sapendo nulla. Li si vede solo in azione nel momento, in divenire, ma sembra di conoscerne passato e presente. Addirittura il futuro. Anche se prima e dopo il loro "civile" incontro non c'è nulla. Solo i loro figli.
Sopra le righe Jodie Foster, la paladina dei diritti civili che scrive libri sull'Africa e la fame nel mondo e non si perde una mostra d'arte. Divertentissima Kate Winslet, frustrata donna in carriera trascurata dal marito che prima vomita sul prezioso tavolo della Foster e poi si ubriaca col whisky. Efficace John C. Reilly, sempliciotto che si sforza di sembrare culturalmente attivo per compiacere la moglie, ma che poi lascia per strada di nascosto il criceto della figlia. Straordinario Cristoph Waltz, avvocato senza scrupoli che sputa sentenze e sta sempre al telefono.
Incredibile come un film costruito in questo modo riesca a essere sempre più appassionante, mano a mano che si scoprono le piccole amoralità, le grandi contraddizioni e l'impossibilità di comunicare degli esseri umani. E non credete a chi vi dice: potrebbe essere uno spettacolo di teatro. Carnage è un film e rappresenta al meglio l'arte cinematografica. Se la macchina da presa non si fa notare non significhi che non ci sia e non sia sapientemente manovrata. E poi a teatro come si potrebbe leggere la rabbia sul volto di Jodie Foster, la frustrazione su quello della Winslet, la meschinità in quello di Reilly e la strafottenza su quello di Waltz?
Lorenzo Lamperti
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sabato 10 settembre 2011
Venezia, facciamo il punto della situazione
Ultimo giorno di festival, tempo di riscontri, bilanci, riassunti, compendi e chi più ne ha più ne metta. La seconda parte di rassegna è filata via tra fischi, ululati, applausi, standing ovation, accuse e paparazzate vere o presunte.
Puntuali come la rituale visita dal dentista, anche nella 68esima edizione del festival di Venezia c’è stato spazio per il film italiano, più o meno brutto, dileggiato dalla critica in sala durante la proiezione stampa. Di solito tocca ai film che si prendono troppo sul serio. Celebre il caso di due anni fa con Il grande sogno di Michele Placido con tanto di Goffredo Fofi che urla “Vergogna” ululando e alzando in aria il bastone che usa per camminare uscendo dalla sala. E il buon Goffredo aveva le sue ragioni… Una doppietta quella di Placido, visto che qualche anno prima si era preso pernacchie per Che sarà di noi. Quest’anno la dura legge del fischio è toccata a Cristina Comencini e al suo Quando la notte, dramma sentimentale e materno con calde scene tra Filippo Timi e Claudia Pandolfi. Chi era presente in sala racconta di risate di scherno, l’arma più spietata a disposizione di un critico cinematografico. La Comencini non l’ha presa bene e ha parlato di “violenza, complotto: gli uomini non possono capire”. D’accordo, le reazioni saranno state pure esagerate da parte della critica durante la visione del film ma uno è pure libero di dire se trova un’opera scadente.
Dall’altra parte del guado invece la strana coppia Friedkin/Sokurov. L’autore de L’esorcista, ormai alle soglie degli 80 anni, ha portato in Laguna Killer Joe, una storia del tutto auto convenzionale. D’altra parte, Friedkin non è mai stato prevedibile e ha ancora la forza di ricercare storie originali come questa dove recita l’ottimo Emile Hirsch. Il grande regista russo, invece, presenta la sua opera forse più ambiziosa dai tempi di Arca russa, ovvero la sua riduzione cinematografica del Faust di Goethe. Un’opera magniloquente e visionaria, e come sempre accade con i film di Sokurov si è immersi in un altro spazio di visione e percezione rispetto a quello consueto. C’è stato poi Gipi con il suo L’ultimo terrestre, ritratto di un’Italia futura e così simile a quella in cui viviamo.
In definitiva, si può dire che il programma di questa edizione sia stato ricco e di qualità come raramente è accaduto negli ultimi anni. In attesa di capire se quello di Muller sia un addio o un arrivederci, quantomeno il buon Marco è riuscito nel lasciare un buon ricordo e a gettare un ponte per il futuro. Chissà se sarà lui ad attraversarlo.
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