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lunedì 12 dicembre 2011

Woody will always have Paris

“We’ll always have Paris”. Woody Allen non ha mai nascosto che questa è una delle sue battute preferite nella storia del cinema. Amava tanto Casablanca e la battuta di Humphrey Bogart da inserirla in una sua commedia, Play It Again, Sam, sia nella piéce teatrale sia nell’omonimo film diretto da Herbert Ross. Il newyorkese Woody ha sempre amato innanzitutto l’Europa. E, forse ancor prima del Vecchio Continente, Parigi. Lui, un ebreo di Manhattan di origini russo ungheresi. Ama definirsi un “americano europeo” o addirittura un “europeo americano”. Eterna contraddizione di un uomo e di un artista che si è sempre mosso a fatica dalla sua isola. “Un uomo non è un’isola”, diceva Annie Hall ad Alvy Singer nel film che è stato più generoso di successi con Allen, pur se non richiesti (leggi: 4 Oscar non ritirati). 34 anni dopo pare che il buon Woody abbia colto questo insegnamento. E continua il suo lungo tour europeo, che ormai lo vede toccare quasi ogni singolo Paese. Londra (3 volte), Barcellona, di nuovo Londra, ora Parigi. E con Roma già dietro l’angolo. La tappa parigina è quella forse più sentita da Woody, che mette in pellicola, ancora una volta, se stesso, o quantomeno il se stesso artista, il se stesso personaggio.

“Nessuno è felice nel luogo dove si trova”. Questo è l’assunto di base di Midnight In Paris. Un assunto che potrebbe essere esteso alla stesa esistenza di Allen. Lui stesso aveva parlato di anhedonia decenni fa, ovvero ”l’incapacità di trarre soddisfazione dalla propria esistenza”. Woody è un americano che vorrebbe essere europeo. Ma appena arriva in Europa gli manca Manhattan. Allo stesso modo, anche il protagonista del film, Gil, ha sempre sognato di vivere nella Parigi degli anni Venti. Ma quando il suo sogno si può realizzare comprende che non esiste un’epoca d’oro. La belle époque è relativa, il tempo è un continuo gioco malinconico di rimpianto verso ciò che non si ha. “La nostalgia del non vissuto”, la definiva qualcuno. Bene, è proprio quella che pervade Gil, come Woody.

Un film bellissimo, Midnight In Paris. Crepuscolare, e non potrebbe essere altro vista l’ora del giorno indagata. Leggero, come solo il tocco di Woody può essere. Un tocco inconfondibile, sia che dipinga l’Upper East Side sia che dipinga Tottenham o Mont Martre. Una favola, a cui non si smette di credere neppure per un secondo. Non ci si chiede mai se Gil arrivi davvero negli anni Venti oppure no. Non è quella la questione importante. Né ci si chiede come sia possibile il fatto che ogni mezzanotte su una scalinata nella Parigi del 2010 uno scrittore americano riesca a finire nel circolo letterario di Gertude Stein. E qui incontrare Hemingway, Picasso, Bunuel, Dalì, Scott Fitzgerald. Un piacere citazionistico e decostruzionista che si vorrebbe durasse per sempre. Irresistibile la messa in scena dei rendez vous con gli artisti, su tutti quello con un ottimo Adrien Brody nei panni del surrealista Dalì.

Le tematiche toccate sono quelle dell’Allen più intimista, anche se qui le affronta sempre con il sorriso sulle labbra. Tutto si gioca sul filo di talento e sensibilità. Gil ha la sensibilità per essere un grande scrittore, ma ne ha anche il talento oppure dovrà restare a scrivere scadenti sceneggiature di blockbuster hollywoodiani? Sembra la stessa domanda che guidava Interiors nel personaggio di Joey. Esprimere ciò che si sente. L’ossessione di Allen. Sempre alla ricerca di profondità diverse, quasi non bastasse mai quello che viene detto. Né dove viene detto. Forse Parigi può aiutare Gil e ha aiutato Woody, che dopo un viaggio nel fantastico ancora una volta sceglie la realtà. Anche se questa volta realtà e fantasia sembra possano coincidere. Al contrario di quello che succedeva ne La rosa purpurea del Cairo. Lì Mia Farrow sceglieva la realtà, e ne veniva incontrovertibilmente delusa. Qui Gil sceglie non la realtà, ma il suo tempo. Decide di cambiare il suo tempo e farlo divenire reale. Basterà per vincere l’anhedonia? Non è dato saperlo, ma Woody vorrebbe credere di sì. Lui continua a girare. Ma un monolocale a Mont Martre non vivrà mai.
Lorenzo Lamperti

martedì 26 aprile 2011

The Wrong Picture: Woody Allen a Roma

Woody torna sullo schermo. Non come regista, a quello ci siamo abituati. Un film ogni 12 mesi dal 1977, anno di Io e Annie, ormai ci siamo abituati. Con picchi di due film per anno, come successo nel 1989 con Edipo relitto e Crimini e misfatti. No, Woody torna sullo schermo come attore. E questa sì che è una notizia, perché era dal 2006, anno di Scoop, che Woody non recitava.
Sono un po’ di anni che Woody Allen preferisce starsene solamente dietro alla macchina da presa. Ogni tanto per provare a fare un film tragico, la sua vera antica ambizione, come Match Point e Sogni e delitti. Ce lo avreste visto voi il faccione di Woody in Match Point? Sarebbe stato un film completamente diverso. Perché quando si vede Woody si ride, sempre e comunque. Lui lo aveva capito in Hannah e le sue sorelle: pensava di aver fatto un film triste con un finale negativo e il pubblico lo aveva percepito come un film comico con un happy end. E poi anche nelle sue ultime commedie, tipo Vicky Christina Barcelona e Basta che funzioni, aveva preferito non recitare.
Ora, prima ancora che esca Midnight in Paris, film d’apertura del prossimo festival di Cannes, già si parla di The Wrong Picture, prossima fatica alleniana che verrà girata tra qualche mese a Roma. Woody, che recentemente aveva dichiarato che gli piacerebbe recitare di nuovo al fianco della mitica Diane Keaton, si è ritagliato una piccola parte nel film in progettazione. Al suo fianco la solita batteria di attori di successo e talenti emergenti: Penelope Cruz, Jesse Eisenberg (lo Zuckerberg di The Social Network) ed Ellen Page (Juno). Sì, perché recitare in un film di Woody è un po’ come finire in nazionale. Che poi è una nazionale che si è trasformata in una specie di baraccone ambulante in giro per il Vecchio Continente. Londra tre volte, Barcellona, di nuovo Londra, Parigi e ora Roma. L’anhedonia di Woody sembra portarlo a vagare lontano da Manhattan, il suo cantuccio, che ha immortalato solo una volta, in Basta che funzioni, negli ultimi sette anni, lui che prima non si era quasi mai spostato da lì.
Woody torna sullo schermo. Woody dallo schermo non se n’è mai andato.

martedì 22 marzo 2011

Cannes 2011, cresce l'attesa

Dopo Berlino e dopo gli Oscar. Nella primavera del cinema si aspetta solo Cannes. Gli stati generali del cinema mondiale si ritroveranno a La Croisette dall'11 al 22 maggio, per l'edizione numero 63. Dopo il festival un po' in tono minore del 2010, quest'anno gli organizzatori stanno facendo le cose in grande. Le cose già certe sono quattro: Robert De Niro sarà il Presidente della giuria, Michel Gondry giudicherà i cortometraggi, Mèlanie Laurent sarà la madrina del galà di inizio festival e Midnight in Paris di Woody Allen sarà il film di apertura. Per il resto, si rincorrono le voci su chi ci sarà e chi non ci sarà. Sembra essere davvero la volta buona per vedere The Tree of Life di Terrence Malick. Un film attesissimo, con Brad Pitt e Sean Penn, che Malick sta montando da parecchi mesi. Annunciato prima a Cannes 2010 e poi al successivo festival di Venezia, ora il progetto del regista-filosofo sembra davvero pronto per La Croisette. Dovrebbe esserci anche Francis Ford Coppola con il thriller/horror Twixt Now and Sunrise, così come Gus van Sant con Restless. Tra le mega-produzioni, sembra quasi certa la presenza del quarto capitolo dei Pirati dei Caraibi e potrebbe esserci anche il nuovo lavoro della Pixar, Cras 2
Accanto alla produzioni hollywoodiane, come sempre Cannes prova a mettere insieme un succoso contorno di maestri del cinema europeo. Muller, per il suo ultimo festival, sognava di portare in Laguna pedro Almodòvar ma La piel que habito dovrebbe comunque essere presentato in Costa Azzurra. Anche Lars von Trier è in odore di ritorno a Cannes con l'apocalittico Melancholia. Un colpo da non mancare per Cannes è il Faust di Aleksandr Sokurov.
Vacche grasse per il cinema italiano, che dovrebbe godere di un periodo di produzione dei pochi grandi registi che abbiamo nel nostro Paese. Due nomi: Nanni Moretti e Paolo Sorrentino. Tutti e due dati per certi. Il primo con il suo Habemus Papam, che segna il ritorno alla regia dai tempi del profetico Il caimano. Il secondo con This Must be the Place, girato a Hollywood con Sean Penn.
Tra una decina di giorni sapremo i nomi ufficiali. Habemus Cannes.