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venerdì 4 marzo 2011

Visioni estreme - Le giornate del cinema del Quebec

Visioni estreme. Questa l’etichetta dell’ottava edizione della rassegna “Les journées du cinéma québécois”, curata dal Centro di cultura francese di corso Magenta a Milano. Quattro giorni di proiezione: 3, 5, 16 e 19 marzo. Il cinema del Québec è vivo e la selezione di titoli proposti al pubblico milanese si propone di renderlo noto. Un esempio recente di questa vitalità è La donna che canta di Denis Villeneuve, che ha avuto molto successo nei festival mondiali. Il tema di questa edizione sono appunto le visioni estreme, al limite. In programma ci sono film per ragazzi, documentari sociali, fiction e cortometraggi d’animazione. Il tratto comune è l’angoscia per il futuro e la disperata ricerca dell’amore.
Per informazioni e programma completo: http://www.culturemilan.com/

giovedì 3 marzo 2011

Carmelo Bene contro il cinema


“Il cinema è la pattumiera di tutte le arti”. Firmato Carmelo Bene. Nella sua inesauribile vita artistica, Carmelo Bene fece di tutto: letteratura, cinema, teatro, poesia. Ora un libro, Contro il cinema, curato da Emiliano Morreale, raccoglie le interviste più significative in cui Bene parla della settima arte. La vita registica di Bene dura solo cinque anni, dal 1968 al 1973. Un anno prima era apparso sullo schermo grazie all’Edipo re di Pierpaolo Pasolini. I film diretti da Bene sono sei: Hèrmitage, Nostra signora dei turchi (premio speciale della giuria a Venezia), Capricci, Don Giovanni, Salomè e Un Amleto di meno.
Visionario, surreale, eccessivo. Il cinema di Carmelo Bene è una perla unica nella produzione artistica italiana. I suoi film provocano scandali, censure, picchetti fuori dai cinema. “Non voglio che i miei film comunichino niente” diceva Bene, che ha un rapporto intenso, viscerale con le proprie creature filmiche. Quello che si dice odio e amore. Un’occasione per riscoprire il cinema di Bene, anche contro la sua volontà: “Dal pubblico non voglio niente, e soprattutto non voglio pubblico”.

Charlot lo zingaro


Chaplin arrivò terzo a un concorso di sosia di Chaplin. E' solo una delle tante voci che si sono diffuse nel tempo sul mitico papà di Charlot. Ora ce n'è una nuova, e pare vera. Charlot nacque in un carrozzone di zingari. Forse anche Sir Charles Spencer Chaplin, o più semplicemente Charlie Chaplin, il più grande regista e attore di tutti i tempi. La verità sarebbe contenuta in una lettera che Chaplin riceve nel 1971, sei anni prima della sua morte. Lo rivela il figlio Michael, che continua: “Papà fece una cosa per lui del tutto inusuale: la conservò chiudendola a chiave in un cassetto. Poi non ne parlò mai più”.
All’epoca Chaplin si trovava a Vevey, Svizzera, perché venti anni prima aveva dovuto tornare in Europa, espulso dagli Stati Uniti. Lo accusavano di azioni sovversive. Quello che paga Chaplin è in realtà il suo disprezzo verso una società industriale che proprio in quegli anni conosceva il suo boom. Il suo alter ego, Charlot, aveva un’attenzione ossessiva per gli emarginati, facendone lui stesso parte. Forse la sua sensibilità veniva da lontano. Esattamente da un carrozzone nel parco Black Patch di Smetchwick, dintorni di Birmingham.

mercoledì 2 marzo 2011

Beyond, la febbre del passato

«Il male è nelle cose», pensava il protagonista di un romanzo del poeta milanese Maurizio Cucchi. Così in Beyond, prima prova dietro la macchina da presa dell’attrice bergmaniana Priscilla August, il male è insito in ogni inquadratura, in ogni primo piano, in ogni dettaglio. È un male sottile e impercettibile, stratificato nelle cose per addizione. Un male che si accumula con il tempo e si nutre di passato. Si insinua come un fluido fra le maglie dei vestiti, le tazze della colazione e le candeline per la torta di compleanno. Fino a che, prima che ce ne possiamo accorgere, si impadronisce della forma stessa del nostro presente, delle forma di ogni cosa. Ed esplode. Violentemente.  

Leena - una Noomi Rapace in stato di grazia – è una donna che vive un idillio costruito su questo male. Ha due splendide bambine ed un marito che adora. La sua fortuna però, ha fondamenta fragili, minate da un passato violento che ha nascosto alla sua coscienza come a quella dei suoi cari. Quando, improvvisamente, riceve una telefonata che la chiama al capezzale della madre morente, quel passato ritorna e sbriciola ogni cosa. In lei come fuori di lei. Comincia un viaggio verso l’ospedale dove la madre è ricoverata, che è assieme un andare ed un ritornare. Un avvicinarsi ed un regredire. L’incontro con la madre accende in Leena la polveriera dei suoi ricordi. La costringe a ritornare alla sua difficile infanzia da figlia di immigrati finlandesi in Svezia. Un padre sempre ubriaco e una madre impotente, pronta a perdonare ogni volta le percosse del marito.

I ricordi, come insegna Ibsen, sono sempre fantasmi. Che in Beyond si fanno brividi della pelle, unghie nella carne, espressioni del volto stralunate e tremori delle mani. La macchina da presa della August si incolla a Leena, riempiendo lo schermo delle sue pupille dilatate, dei suoi fremiti di angoscia, delle febbri del suo passato che ritorna e lei non riesce né ad accettare né a superare. Ma indugia anche su ciò che Leena tocca, sfiora, mangia, fuma. Quando è costretta a stare con la famiglia nel vecchio appartamento dove era cresciuta così da poter assistere la madre, ogni oggetto di quelle stanze le diviene ostile. Lava freneticamente le stoviglie, la tazza del cesso, strappa alcuni vestiti di dosso alle figlie perché erano i suoi da giovane, urla al marito di non toccare nulla. Vorrebbe dominare, da adulta, il mondo che l’ha violentata da bambina. Ma tutto è beyond, dietro, oltre: inafferrabile.

Priscilla August confezione un film inteso e drammatico, arricchito di quella lezione bergamniana che vuole la cinepresa vicino al cuore e alle rughe dei suoi personaggi. E non dimentica le parti fondamentali del dogma di Trier affinché l’arroganza del cineasta si avvicini alla verità di ciò che accade sulla scena. Quello che più colpisce di questo Beyond è proprio la verità: l’autenticità del lavoro della macchina da presa sugli attori. Che trasforma l’occhio meccanico della telecamera in carezzevole sguardo. 

Peter Brook al cinema Gnomo


Avrà anche scritto Lo spazio vuoto, ma Peter Brook i teatri li ha sempre riempiti. Da lunedì 28 febbraio fino a domenica 6 marzo vedremo se riempirà anche il cinema. Nello specifico, il cinema Gnomo di via Lanzone (MM2 Sant’Ambrogio). E’ qui che si tiene la rassegna “Peter Brook maestro di pensiero”, che ripercorre la carriera cinematografica e teatrale del maestro inglese.
L’iniziativa avviene in concomitanza alla messa in scena de Il flauto magico diretto da Brook al Piccolo Teatro di Milano. Universalmente considerato uno dei più grandi autori di teatro del XX secolo, Brook vanta anche una fertile produzione cinematografica. Nei suoi film si è quasi sempre ispirato a grandi opere letterarie o teatrali: da Shakespeare a John Gay, da Marguerite Duras a Golding, Brook ha portato sul grande schermo la sua interpretazione a grandi testi. Ed è stato capace di coinvolgere spettatori di ogni tipo e provenienza culturale. Basti pensare che Brook si è cimentato con la trasposizione cinematografica del Mahabaratha nel 1989. Il cinema sarà anche Gnomo, ma il contributo all’arte dato da Brook non è Piccolo.

Una lettera a Elia: il cinema di Kazan all'Oberdan


Venerdì 25 febbraio è stata aperta la lettera a Elia Kazan, scritta da Martin Scorsese. Luogo della lettura, lo Spazio Oberdan di Milano. A Letter to Elia, documentario del regista italoamericano, ha aperto la rassegna dedicata dalla Cineteca Italiana al grande autore degli anni ’50-’60. Il film di Scorsese, applaudito allo scorso Festival di Venezia, raccoglie spezzoni, fotografie e interviste all’autore greco-americano, messo da parte dallo star system per le sue implicazioni col maccartismo.  
Nel 1999 Kazan riceve l’Oscar alla carriera tra la freddezza dei colleghi. Kazan è il regista che porta a Hollywood le tematiche sociali, è lo scopritore di Marlon Brando e James Dean, è il fondatore dell’Actor’s Studio di New York. Cinque i film in cartellone all’Oberdan nei prossimi giorni: Un tram che si chiama desiderio, Fronte del porto, La valle dell’Eden, America America, Gli ultimi fuochi. Dall’adattamento di Tennessee Williams con Vivian Leigh agli otto Oscar di Fronte del porto. Merita la visione soprattutto La valle dell’Eden, tratto dal romanzo di Steinbeck e con un magnifico James Dean. Manca Splendore nell’erba con Natalie Wood. Ma la lettera a Kazan merita di essere letta.

Per il programma completo: www.cinetecaitaliana.it

martedì 1 marzo 2011

Oscar 2011: commenti

Dopo le premiazioni, per gli Oscar 2011 è tempo di commenti. Il discorso del re, dunque. Dopo The Millionaire, film meticcio girato da uno scozzese in India, e The Hurt Locker, primo Oscar femminile per giunta con un film di guerra, si respirava già da qualche settimana la voglia di tornare al classico. Scontato perciò che The Social Network dovesse perdere la corsa con il film di Tom Hooper. David Fincher presenta un mondo nuovo e spiazzante, soprattutto per i tromboni dell'Academy. Jesse Eisenberg/Marc Zuckerberg è tutto tranne che schematizzabile: guarda le persone, i rapporti e il mondo con un'aria tra distacco e superiorità che difficilmente può creare empatia. Fincher e la sceneggiatura, giustamente premiata, hanno avuto il coraggio di non edulcorare storia e personaggio. Tutto diverso ne Il discorso del re, che gioca sull'identificazione e sul grado zero di interpretazione critica della realtà rappresentata. Un polpettone classico, insomma, ben scritto e ottimamente recitato. Non un gran film.
Desta ancora più stupore, quindi, che Tom Hooper si porti a casa anche l'Oscar per la migliore regia. Una regia che è apparsa piuttosto piatta, un semplice accompagnamento delle performance attoriali. Una regia che ha, appunto, un intenso sapore, quando si professava ancora il dogma del montaggio invisibile. Tra i nominati avrebbe meritato il premio Fincher, molto più coraggioso ed elaborato. The Social Network ha un ritmo straordinario, grazie anche a un montaggio perfetto e una colonna sonora straordinaria firmata Trent Reznor. Non a caso premiati entrambi con la statuetta.
I premi agli attori non hanno riservato nessuna sorpresa. Firth e Portman dovevano essere, Firth e Portman sono stati. Il buon Colin ha vinto anche per accumulazione di nomination: tante candidature, nessuna vittoria fino a quest'anno. Nel 2010 il suo George Falconer di A Single Man aveva dovuto soccombere di fronte al grande Jeff Bridges di Crazy Heart. Nel 2011 è stato risarcito a scapito del bravissimo Eisenberg, strafottente al punto giusto, e al James Franco di 127 ore, tra l'altro presentatore della nottata degli Oscar insieme ad Anne Hathaway. Natalie Portman trionfa con il suo ruolo da prima ballerina di Black Swan. In questo caso nulla da dire: ha vinto la migliore. A Hollywood la boxe tira sempre, e lo dimostrano i due Oscar agli attori non protagonisti di The Fighter, Christian Bale e Melissa Leo. Il Grinta dei fratelli Coen, rimasto a bocca asciutta nonostante le dieci nomination, avrebbe meritato la consolazione di veder vincere la giovanissima Haileen Steinfeld.
Inception spopola negli Oscar tecnici: quattro statuette, tutte condivisibili. C'è chi dice che l'Academy si sia già portata avanti per ricoprire d'oro il terzo capitolo del Batman di Nolan, ancora in fase di pre-produzione. Se ne riparlerà agli Oscar 2013. Grazie alle categorie minori porta a casa due Oscar anche l'orribile Alice di Tim Burton, improbabile saga epico-femminista e lontana anni luce dallo spessore del cartone Disney di cinque decadi prima.
Tra i film stranieri, il fascino di Inarritu e soprattutto di Bardem non riesce a far pendere la bilancia dalla parte di Biutiful. La danese Susanne Bier, già vincitrice ai Globes con il suo In un mondo migliore, resiste anche all'appuntamento più importante. Assenti Giorgio Diritti e Xavier Beauvois, forse è giusto così. Inside Job di Charles Ferguson vince tra i documentari, Toy Story 3  nei film di animazione. Risultati abbastanza scontati, visto che la raffinatezza poco losangelina de L'illusionista di Chomet.
E l'Italia? Resta a guardare, in attesa del film che verrà.