di Lorenzo Lamperti
Pubblichiamo di seguito il testo di un'intervista realizzata ai Manetti bros. lo scorso 3 settembre, quando i due fratelli registi, tra le altre cose, di Piano 17 si trovavano al Festival di Venezia per presentare L'arrivo di Wang.
Come ci si sente a essere per la prima volta al festival di Venezia con un vostro film?“È un misto di felicità e paura. Siamo un po’ preoccupati perché siamo qui con un film che non è tipico per un festival come quello di Venezia. Ci sentiamo molto degli outsider qui al Lido”.
Come nasce l’idea di girare un film di fantascienza?“Nasce dall’incontro con i più grandi cervelli della grafica 3D in Italia, quelli della Palantir Digital, una squadra dove c’è tra gli altri anche Maurizio Memoli, che ha lavorato ai modelli di Avatar. Il 3d in Italia non ha ancora preso piede al cinema, ma visto che loro volevano fare un film e noi già li conoscevamo ci siamo detti: perché non unire le forze?”
Per il vostro film precedente, Piano 17, si era parlato molto del vostro basso budget. Qui invece quali sono state le spese di produzione?“Quando si fa un film di genere in Italia le spese sono sempre e per forza basse. Però stavolta abbiamo deciso di non dire quanto abbiamo speso, perché se no finisce come per Piano 17, che si parla solo di quello e non del film.”
È raro che in Italia si faccia un film sugli alieni. Quest’anno invece arrivano a Venezia ben due film con questo argomento: il vostro e quello di Gipi. Cosa può significare?“Noi e Gipi facciamo parte della stessa generazione. Siamo cresciuti con i fumetti e i romanzi di fantascienza. I nostri film saranno sicuramente molto diversi, però il fatto che ci ritroviamo qui insieme credo sia un buon segno. Magari è la volta buona che il cinema italiano conosca un ricambio culturale e ci si avvicini un po’ al cinema di genere.”
Per il futuro che progetti avete?“Intanto stiamo già montando il nostro film successivo, che è un horror in 3d e si chiama La stanza dell’orco. Poi in cantiere abbiamo una storia western. Certo, il nostro sogno sarebbe fare un bel film su un supereroe: magari un bell’Uomo Ragno. Non Spiderman come lo chiamano adesso, eh. Proprio l’Uomo Ragno.”
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lunedì 3 ottobre 2011
sabato 1 ottobre 2011
Cronenberg non è più pericoloso: A Dangerous Method
di Elisa Fontana (iCine.it)
Fa il suo esordio nelle sale A Dangerous Method, ultimo lavoro del regista canadese David Cronenberg, presentato in concorso al 68° Festival del Cinema di Venezia
La pellicola racconta l’evolversi della relazione tra due grandi personalità della psicanalisi, Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e del loro rapporto con Sabina Spielrein (Keira Knightley), giovane donna affetta da grave isteria con la quale l’analista svizzero decide di sperimentare l’allora innovativo trattamento freudiano. La scena si apre sulla coraggiosa recitazione della Knightley che, per gran parte del primo tempo, domina incontrastata lo schermo, restituendo senza inibizioni i tormenti psicologici che impediscono a Sabina di vivere una vita normale, dilaniandone tanto lo spirito quanto il corpo. Proprio nell’analisi della malattia della donna e delle sue origini emerge la nota tendenza di Cronenberg ad indagare nel lato più oscuro e perturbante dell’esperienza umana e a toccare, come solo lui sa fare, le corde più intime e sensibili dello spettatore.
Dopo un inizio convincente, il film si assesta su toni più pacati, procedendo ad approfondire la relazione fra i tre protagonisti. Mentre il rapporto tra Jung e Sabina valica ben presto i limiti della relazione medico paziente, anche grazie all’intervento di Otto Gross (Vincent Cassel), psichiatra dalla dubbia moralità in cura da Jung, il sodalizio tra i due studiosi prende avvio sotto i migliori auspici e Cronenberg ne segue il divenire, dall’apprezzamento incondizionato del discepolo verso il maestro sino ai primi dissensi che approfondiranno sempre più il divario tra i due. Proprio in questo varco si inserirà la giovane Sabina quando, dall’essere amante dell’uno, inizierà lentamente a divenire allieva dell’altro, allontanandosi sempre più dall’analista svizzero per ricercare una maggiore stabilità e una propria identità professionale.
Nonostante le grandi potenzialità offerte dalla tematica trattata, la pellicola si concentra soprattutto sui dialoghi e persino le tinte usate per disegnare le ambientazioni relegano gli scenari sullo sfondo, quasi a voler lasciare il campo libero alle conversazioni tra i protagonisti e all’evolversi dei loro rapporti; il risultato è un film un po’ verboso ed insolito per Cronenberg che, affascinato dal materiale narrativo, se ne lascia in qualche modo sopraffare senza dominarlo: nonostante l’inizio porti chiara la firma autoriale, il tocco personale del regista si perde ben presto lasciando lo spettatore davanti a un lavoro indubbiamente ben fatto, piacevole e interessante, ma dal sapore neutro, ben lontano dalle prove a cui l’autore canadese ci ha abituato.
Fa il suo esordio nelle sale A Dangerous Method, ultimo lavoro del regista canadese David Cronenberg, presentato in concorso al 68° Festival del Cinema di Venezia
La pellicola racconta l’evolversi della relazione tra due grandi personalità della psicanalisi, Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e del loro rapporto con Sabina Spielrein (Keira Knightley), giovane donna affetta da grave isteria con la quale l’analista svizzero decide di sperimentare l’allora innovativo trattamento freudiano. La scena si apre sulla coraggiosa recitazione della Knightley che, per gran parte del primo tempo, domina incontrastata lo schermo, restituendo senza inibizioni i tormenti psicologici che impediscono a Sabina di vivere una vita normale, dilaniandone tanto lo spirito quanto il corpo. Proprio nell’analisi della malattia della donna e delle sue origini emerge la nota tendenza di Cronenberg ad indagare nel lato più oscuro e perturbante dell’esperienza umana e a toccare, come solo lui sa fare, le corde più intime e sensibili dello spettatore.
Dopo un inizio convincente, il film si assesta su toni più pacati, procedendo ad approfondire la relazione fra i tre protagonisti. Mentre il rapporto tra Jung e Sabina valica ben presto i limiti della relazione medico paziente, anche grazie all’intervento di Otto Gross (Vincent Cassel), psichiatra dalla dubbia moralità in cura da Jung, il sodalizio tra i due studiosi prende avvio sotto i migliori auspici e Cronenberg ne segue il divenire, dall’apprezzamento incondizionato del discepolo verso il maestro sino ai primi dissensi che approfondiranno sempre più il divario tra i due. Proprio in questo varco si inserirà la giovane Sabina quando, dall’essere amante dell’uno, inizierà lentamente a divenire allieva dell’altro, allontanandosi sempre più dall’analista svizzero per ricercare una maggiore stabilità e una propria identità professionale.
Nonostante le grandi potenzialità offerte dalla tematica trattata, la pellicola si concentra soprattutto sui dialoghi e persino le tinte usate per disegnare le ambientazioni relegano gli scenari sullo sfondo, quasi a voler lasciare il campo libero alle conversazioni tra i protagonisti e all’evolversi dei loro rapporti; il risultato è un film un po’ verboso ed insolito per Cronenberg che, affascinato dal materiale narrativo, se ne lascia in qualche modo sopraffare senza dominarlo: nonostante l’inizio porti chiara la firma autoriale, il tocco personale del regista si perde ben presto lasciando lo spettatore davanti a un lavoro indubbiamente ben fatto, piacevole e interessante, ma dal sapore neutro, ben lontano dalle prove a cui l’autore canadese ci ha abituato.
venerdì 30 settembre 2011
Dany Boon non ha "niente da dichiarare"
Vedere Giu' al nord in lingua originale in un cinema a poche decine km di distanza dal Nord Pas de Calais era una magnifica esperienza cinematografica. Soprattutto divertente. Anche se eri un italiano che sapeva sì spiaccicare qualche parola in francese ma di certo non era pronto per comprendere al meglio l'accento ch'tis non potevi controllare le continue risate. Tre anni e un remake, quasi due, italiano dopo era lecito aspettarsi molto da Niente da dichiarare?, il secondo film del regista Dany Boon. E invece... e invece il secondo genito non regge il confronto del fratello maggiore. Ce lo si poteva aspettare, certo, ma il crollo verticale del divertimento si sperava che si potesse evitare.
Lo schema è sempre quello di Giù al nord: insofferenze regionali, anzi in questo caso nazionali, stereotipi transnazionali, commedia delle incomprensioni, buoni sentimenti. La storia è ambientata ai tempi di Maastricht e dell'Europa aperta. Le dogane tra Paesi stanno per sparire e tra Francia e Belgio il passaggio sta per diventare libero. I doganieri francesi e belgi sono disperati, soprattutto il vallone Ruben Vandevoorde, interpretato da Benoit Poelvoorde. I litigi con Mathias Ducatel sono all'ordine del giorno ma i due saranno chiamati a cooperare in una squadra sperimentale dell'Europa unita. Problema in più: Mathias è fidanzato con la sorella di Ruben. E Ruben odia i francesi.
Anche Giu' al nord procedeva lungo la sdolcinata strada dell'apprezzamento delle differenze e della ricomposizione degli opposti, ma qui tutta la verve comica si perde per strada. Il ritmo è abbastanza fiacco, e la storia parallela dei contrabbandieri di droga non appassiona. Insomma, sembra che Dany Boon, che comunque conferma la sua bravura attoriale, abbia preferito adagiarsi su un modello che gli aveva assicurato successo e riconoscimenti. Con un problema: stavolta era molto meno ispirato. E soprattutto non sfrutta gli spunti potenzialmente divertenti, come l'uso dell'informatica e dei telefoni cellulari. Certo, anche qui la visione in lingua originale migliorerà la visione, soprattutto nella cena di Capodanno tra Mathias e la famiglia della sua fidanzata.
Insomma, ci si aspettava molto di più di questo film spento e abbastanza trascurabile. Va beh, tutti i biloutes terranno in mente quel magico gioiellino che è Giu' al nord... dubras!
Lo schema è sempre quello di Giù al nord: insofferenze regionali, anzi in questo caso nazionali, stereotipi transnazionali, commedia delle incomprensioni, buoni sentimenti. La storia è ambientata ai tempi di Maastricht e dell'Europa aperta. Le dogane tra Paesi stanno per sparire e tra Francia e Belgio il passaggio sta per diventare libero. I doganieri francesi e belgi sono disperati, soprattutto il vallone Ruben Vandevoorde, interpretato da Benoit Poelvoorde. I litigi con Mathias Ducatel sono all'ordine del giorno ma i due saranno chiamati a cooperare in una squadra sperimentale dell'Europa unita. Problema in più: Mathias è fidanzato con la sorella di Ruben. E Ruben odia i francesi.
Anche Giu' al nord procedeva lungo la sdolcinata strada dell'apprezzamento delle differenze e della ricomposizione degli opposti, ma qui tutta la verve comica si perde per strada. Il ritmo è abbastanza fiacco, e la storia parallela dei contrabbandieri di droga non appassiona. Insomma, sembra che Dany Boon, che comunque conferma la sua bravura attoriale, abbia preferito adagiarsi su un modello che gli aveva assicurato successo e riconoscimenti. Con un problema: stavolta era molto meno ispirato. E soprattutto non sfrutta gli spunti potenzialmente divertenti, come l'uso dell'informatica e dei telefoni cellulari. Certo, anche qui la visione in lingua originale migliorerà la visione, soprattutto nella cena di Capodanno tra Mathias e la famiglia della sua fidanzata.
Insomma, ci si aspettava molto di più di questo film spento e abbastanza trascurabile. Va beh, tutti i biloutes terranno in mente quel magico gioiellino che è Giu' al nord... dubras!
mercoledì 28 settembre 2011
Oscar: Russia, la candidatura di Mikhalkov è un caso politico
Come anticipato, Terraferma è il candidato italiano agli Oscar. E ora si discute molto sul fatto se si tratti della scelta giusta o meno. Personalmente, la scelta di Habemus Papam mi sarebbe sembrata più appropriata, se non altro per il consenso che il film di Nanni Moretti ha riscosso all'estero. Ma lasciando per un attimo da parte i nostri errori, andiamo a vedere quello che succede in un altro Paese che ha dato tanto alla storia del cinema, la Russia.
La designazione del film da mandare all'Oscar in Russia è diventata un caso politico. Eh sì che i russi hanno tanto problemi a cui pensare in questi giorni, compresa la ricandidatura di Putin per le elezioni che ci saranno questa primavera. Eppure proprio il cinema diventa ancora una volta cartina di tornasole del difficile momento del Paese. La giuria ha scelto Burnt by the Sun di Mikhalkov, terzo capitolo della trilogia cominciata nel 1994 con Il sole ingannatore. Detta così, nessun problema. Mikhalkov è un habituée dell'Oscar, che ha vinto proprio con Il sole ingannatore nel 1995. Ha anche vinto a Venezia nel 1991 con Urga, e avrebbe meritato il Leone d'oro anche nel 2007 con 12. Peccato che già il secondo capitolo della saga avesse preso una piega spaventosamente patriottica, che pare essere stata ancor più accentuata in questo terzo capitolo.
Burnt by the Sun è stato stroncato dalla critica e ignorato dal pubblico ma ha ottenuto cinque voti su otto nella commissione dove, udite udite, sedeva lo stesso Mikhalkov. Un conflitto di interessi quantomeno curioso. Il presidente Vladimir Menshov, già premio Oscar nel 1981 col suo Mosca non crede alle lacrime si è rifiutato di firmare il verbale della seduta, criticando pubblicamente il verdetto, a suo dire manovrato con loghce clientelari dal potente collega. Mikhalkov in effetti ha guadagnato una potenza a dir poco incredibili: è il presidente dell'Unione Cineasti Russi e per il suo ultimo film ha ottenuto uno dei finanziamenti governativi più costosi del cinema russo, pari a 55 milioni di dollari, anche se l'interessato dice che sono 40. Quanta differenza con le difficoltà a girare un film che aveva un genio della pellicola come Andrej Tarkovskij, sabotato a più riprese dal regime sovietico. Resta così escluso dalla corsa alle statuette, oltre a Elena di Andrej Zvjagintsev (premio della giuria a Cannes nella sezione Un Certain Regard), l'erede prediletto proprio di Tarkovskij, vale a dire quel Sokurov che ha incantato Venezia con il suo Faust.
Insomma, la decisione della commissione sembra proprio un delitto. Vedremo se prima o poi un Dostoevskij penserà anche a un castigo.
Lorenzo Lamperti
La designazione del film da mandare all'Oscar in Russia è diventata un caso politico. Eh sì che i russi hanno tanto problemi a cui pensare in questi giorni, compresa la ricandidatura di Putin per le elezioni che ci saranno questa primavera. Eppure proprio il cinema diventa ancora una volta cartina di tornasole del difficile momento del Paese. La giuria ha scelto Burnt by the Sun di Mikhalkov, terzo capitolo della trilogia cominciata nel 1994 con Il sole ingannatore. Detta così, nessun problema. Mikhalkov è un habituée dell'Oscar, che ha vinto proprio con Il sole ingannatore nel 1995. Ha anche vinto a Venezia nel 1991 con Urga, e avrebbe meritato il Leone d'oro anche nel 2007 con 12. Peccato che già il secondo capitolo della saga avesse preso una piega spaventosamente patriottica, che pare essere stata ancor più accentuata in questo terzo capitolo.
Burnt by the Sun è stato stroncato dalla critica e ignorato dal pubblico ma ha ottenuto cinque voti su otto nella commissione dove, udite udite, sedeva lo stesso Mikhalkov. Un conflitto di interessi quantomeno curioso. Il presidente Vladimir Menshov, già premio Oscar nel 1981 col suo Mosca non crede alle lacrime si è rifiutato di firmare il verbale della seduta, criticando pubblicamente il verdetto, a suo dire manovrato con loghce clientelari dal potente collega. Mikhalkov in effetti ha guadagnato una potenza a dir poco incredibili: è il presidente dell'Unione Cineasti Russi e per il suo ultimo film ha ottenuto uno dei finanziamenti governativi più costosi del cinema russo, pari a 55 milioni di dollari, anche se l'interessato dice che sono 40. Quanta differenza con le difficoltà a girare un film che aveva un genio della pellicola come Andrej Tarkovskij, sabotato a più riprese dal regime sovietico. Resta così escluso dalla corsa alle statuette, oltre a Elena di Andrej Zvjagintsev (premio della giuria a Cannes nella sezione Un Certain Regard), l'erede prediletto proprio di Tarkovskij, vale a dire quel Sokurov che ha incantato Venezia con il suo Faust.
Insomma, la decisione della commissione sembra proprio un delitto. Vedremo se prima o poi un Dostoevskij penserà anche a un castigo.
Lorenzo Lamperti
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martedì 27 settembre 2011
Oscar: il candidato italiano sarà Terraferma
Habemus candidato. Le riserve saranno sciolte solo domani, mercoledì 28 settembre, ma il film che concorrerà agli Oscar 2012 sembra già deciso: è Terraferma di Emanuele Crialese. Ebbene sì, secondo le indiscrezioni lo strafavorito Nanni Moretti pare che dovrà restare a guardare. Il suo Habemus Papam, che ha ben figurato al festival di Cannes, dovrebbe perdere la corsa con il Leone d'argento di Venezia.
La giuria, che si riunirà domani presso l'Anica, è orientata sul nuovo film del regista di Nuovomondo. I registi Marco Bellocchio e Luca Guadagnino, le produttrici Francesca Cima, Tilde Corsi e Martha Capello, il distributore Valerio De Paolis, la presidente dei cine-esportatori italiani Paola Corvino, il giornalista Niccolò Vivarelli e Nicola Borrelli per il ministero dei Beni culturali: ecco l'elenco dei giurati che hanno visionato le otto opere proposte. Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Notizie degli scavi di Emidio Greco, Vallanzasca di Michele Placido, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Tatanka di Giuseppe Gagliardi e Noi credevamo di Mario Martone erano gli altri candidati. Ma la partita era tutta tra Moretti e Crialese, anche se quasi la totalità era convinta che fosse il buon Nanni a giocarsi la possibilità di andare a Hollywood.
E invece, pare aver avuto la meglio la storia sull'immigrazione di Crialese. Per sapere se entrerà nella cinquina finale dei candidati all'Oscar come miglior film straniero bisogna aspettare il 24 gennaio 2012, quando l'Academy annuncerà le candidature. Ultimo appuntamento il 26 febbraio con la cerimonia di premiazione presentata da Eddie Murphy. Allora potrebbe esserci un altro film "italiano", This Must Be The Place di Paolo Sorrentino, girato negli Usa in inglese e che perciò potrebbe concorrere per le categorie principali. Tra l'altro la Weinstein, quella de Il discorso del re, ha appena acquistato la pellicola e quindi le chance, almeno per una nomination a Sean Penn come migliore attore, aumentano.
Molto più difficile e impervia sarà la strada per Terraferma, se Terraferma sarà, vista l'ampia concorrenza. E chissà se almeno quest'anno i giurati avranno azzeccato la scelta del film da candidare. Negli utlimi tre anni avevano commesso almeno due errori clamorosi, escludendo prima Il divo a beneficio di Gomorra e poi L'uomo che verrà di Giorgio Diritti a favore de La prima cosa bella di Paolo Virzì. L'Italia è il Paese con più statuette per il miglior film straniero. Se dobbiamo morire, che almeno non sia un suicidio.
La giuria, che si riunirà domani presso l'Anica, è orientata sul nuovo film del regista di Nuovomondo. I registi Marco Bellocchio e Luca Guadagnino, le produttrici Francesca Cima, Tilde Corsi e Martha Capello, il distributore Valerio De Paolis, la presidente dei cine-esportatori italiani Paola Corvino, il giornalista Niccolò Vivarelli e Nicola Borrelli per il ministero dei Beni culturali: ecco l'elenco dei giurati che hanno visionato le otto opere proposte. Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Notizie degli scavi di Emidio Greco, Vallanzasca di Michele Placido, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Tatanka di Giuseppe Gagliardi e Noi credevamo di Mario Martone erano gli altri candidati. Ma la partita era tutta tra Moretti e Crialese, anche se quasi la totalità era convinta che fosse il buon Nanni a giocarsi la possibilità di andare a Hollywood.
E invece, pare aver avuto la meglio la storia sull'immigrazione di Crialese. Per sapere se entrerà nella cinquina finale dei candidati all'Oscar come miglior film straniero bisogna aspettare il 24 gennaio 2012, quando l'Academy annuncerà le candidature. Ultimo appuntamento il 26 febbraio con la cerimonia di premiazione presentata da Eddie Murphy. Allora potrebbe esserci un altro film "italiano", This Must Be The Place di Paolo Sorrentino, girato negli Usa in inglese e che perciò potrebbe concorrere per le categorie principali. Tra l'altro la Weinstein, quella de Il discorso del re, ha appena acquistato la pellicola e quindi le chance, almeno per una nomination a Sean Penn come migliore attore, aumentano.
Molto più difficile e impervia sarà la strada per Terraferma, se Terraferma sarà, vista l'ampia concorrenza. E chissà se almeno quest'anno i giurati avranno azzeccato la scelta del film da candidare. Negli utlimi tre anni avevano commesso almeno due errori clamorosi, escludendo prima Il divo a beneficio di Gomorra e poi L'uomo che verrà di Giorgio Diritti a favore de La prima cosa bella di Paolo Virzì. L'Italia è il Paese con più statuette per il miglior film straniero. Se dobbiamo morire, che almeno non sia un suicidio.
lunedì 26 settembre 2011
Carnage, il massacro di Polanski
Faust di Sokurov deve essere davvero un capolavoro. Eh sì, perché vedendo Carnage non si riesce a capire come possa non aver vinto l'ultimo festival di Venezia. Ispirandosi all'opera teatrale "Il Dio del massacro" di Yasmina Reza, qui co-sceneggiatrice, Roman Polanski torna ai più alti livelli della sua produzione cinematografica.
Carnage è un dramma da camera, nel vero senso della parola. Tutto il film si svolge all'interno di una stanza, il salone della coppia Jodie Foster-John C. Reilly, che "ospitano" un'altra coppia, quella composta da Cristoph Waltz e Kate Winslet. L'obiettivo è trovare un accordo pacifico dopo che il figlio dei secondi ha picchiato quello dei primi con un bastone. Prima e dopo il corpus del film, i due quadri esterni che ritraggono i due bambini in campo lunghissimo. Una lezione di cinema e non solo, quella dell'autore di Rosemary's Baby, che indaga sulle meschinità, vizi e invidie degli uomini e donne del nostro tempo.
Tutto è giocato sulla ripetizione e la complicità con gli attori, tutti in stato di grazia. Il film gioca continuamente su due livelli paralleli: il parlato, l'esplicito, che invade tutta la storia in un flusso continuo, e il non detto, l'implicito, che arriva allo spettatore costretto a guardare tra le pieghe dell'immagine, tra il suono delle parole. I tic dei protagonisti tornano prepotenti e caratterizzano al massimo i quattro. Lo spettatore sa tutto di loro, pur non sapendo nulla. Li si vede solo in azione nel momento, in divenire, ma sembra di conoscerne passato e presente. Addirittura il futuro. Anche se prima e dopo il loro "civile" incontro non c'è nulla. Solo i loro figli.
Sopra le righe Jodie Foster, la paladina dei diritti civili che scrive libri sull'Africa e la fame nel mondo e non si perde una mostra d'arte. Divertentissima Kate Winslet, frustrata donna in carriera trascurata dal marito che prima vomita sul prezioso tavolo della Foster e poi si ubriaca col whisky. Efficace John C. Reilly, sempliciotto che si sforza di sembrare culturalmente attivo per compiacere la moglie, ma che poi lascia per strada di nascosto il criceto della figlia. Straordinario Cristoph Waltz, avvocato senza scrupoli che sputa sentenze e sta sempre al telefono.
Incredibile come un film costruito in questo modo riesca a essere sempre più appassionante, mano a mano che si scoprono le piccole amoralità, le grandi contraddizioni e l'impossibilità di comunicare degli esseri umani. E non credete a chi vi dice: potrebbe essere uno spettacolo di teatro. Carnage è un film e rappresenta al meglio l'arte cinematografica. Se la macchina da presa non si fa notare non significhi che non ci sia e non sia sapientemente manovrata. E poi a teatro come si potrebbe leggere la rabbia sul volto di Jodie Foster, la frustrazione su quello della Winslet, la meschinità in quello di Reilly e la strafottenza su quello di Waltz?
Lorenzo Lamperti
Carnage è un dramma da camera, nel vero senso della parola. Tutto il film si svolge all'interno di una stanza, il salone della coppia Jodie Foster-John C. Reilly, che "ospitano" un'altra coppia, quella composta da Cristoph Waltz e Kate Winslet. L'obiettivo è trovare un accordo pacifico dopo che il figlio dei secondi ha picchiato quello dei primi con un bastone. Prima e dopo il corpus del film, i due quadri esterni che ritraggono i due bambini in campo lunghissimo. Una lezione di cinema e non solo, quella dell'autore di Rosemary's Baby, che indaga sulle meschinità, vizi e invidie degli uomini e donne del nostro tempo.
Tutto è giocato sulla ripetizione e la complicità con gli attori, tutti in stato di grazia. Il film gioca continuamente su due livelli paralleli: il parlato, l'esplicito, che invade tutta la storia in un flusso continuo, e il non detto, l'implicito, che arriva allo spettatore costretto a guardare tra le pieghe dell'immagine, tra il suono delle parole. I tic dei protagonisti tornano prepotenti e caratterizzano al massimo i quattro. Lo spettatore sa tutto di loro, pur non sapendo nulla. Li si vede solo in azione nel momento, in divenire, ma sembra di conoscerne passato e presente. Addirittura il futuro. Anche se prima e dopo il loro "civile" incontro non c'è nulla. Solo i loro figli.
Sopra le righe Jodie Foster, la paladina dei diritti civili che scrive libri sull'Africa e la fame nel mondo e non si perde una mostra d'arte. Divertentissima Kate Winslet, frustrata donna in carriera trascurata dal marito che prima vomita sul prezioso tavolo della Foster e poi si ubriaca col whisky. Efficace John C. Reilly, sempliciotto che si sforza di sembrare culturalmente attivo per compiacere la moglie, ma che poi lascia per strada di nascosto il criceto della figlia. Straordinario Cristoph Waltz, avvocato senza scrupoli che sputa sentenze e sta sempre al telefono.
Incredibile come un film costruito in questo modo riesca a essere sempre più appassionante, mano a mano che si scoprono le piccole amoralità, le grandi contraddizioni e l'impossibilità di comunicare degli esseri umani. E non credete a chi vi dice: potrebbe essere uno spettacolo di teatro. Carnage è un film e rappresenta al meglio l'arte cinematografica. Se la macchina da presa non si fa notare non significhi che non ci sia e non sia sapientemente manovrata. E poi a teatro come si potrebbe leggere la rabbia sul volto di Jodie Foster, la frustrazione su quello della Winslet, la meschinità in quello di Reilly e la strafottenza su quello di Waltz?
Lorenzo Lamperti
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mercoledì 21 settembre 2011
Super 8, l'.E.T. 2.0
Ohio, 1979: sei ragazzini sono alle prese con la realizzazione di un film in super 8 da presentare a un concorso per giovani talenti. Una notte, seguendo le direttive del piccolo regista, i protagonisti sfuggono di soppiatto dalle loro camerette per andare incontro a un’incredibile avventura: organizzando il set sulla banchina della stazione si trovano infatti ad essere involontari testimoni di un colossale incidente ferroviario, in seguito al quale eventi inquietanti iniziano a susseguirsi nella cittadina, gradualmente invasa dalle forze militari impegnate ad insabbiare un oscuro mistero.
Prodotto da Spielberg e girato da J.J.Abrams, creatore della pluripremiata serie tv Lost, Super 8 è una vera e propria operazione nostalgica che ricrea ad arte il mood dei film generazionali degli anni ‘80.
Con lo sguardo ben fisso sul passato e sulle pellicole di Spielberg che hanno fatto la storia del cinema, Abrams recupera brillantemente e con mano sapiente vecchi modelli narrativi e ci racconta un’America che non c‘è più, in cui lo sguardo narrante dei giovani protagonisti è ancora uno sguardo ingenuo e sognante; ci racconta , con semplicità e freschezza, una storia d’avventura, di amicizia e d’amore in cui i tredicenni sanno ancora entusiasmarsi per i razzi e per i trenini, per le avventure e le ragazzine dai capelli biondi.
Protagonista indiscusso della pellicola l’alieno che, come il suo precursore ansioso di telefonare a casa, ha conosciuto il lato peggiore della razza umana e non vede l’ora di ritornare sul suo pianeta. A differenza dell’alieno verde dal dito luminoso però, questo non ha bisogno della protezione dei ragazzini, anzi, reagisce con violenza ai soprusi mascherati da ricerche scientifiche diventando una minaccia per tutta la popolazione. Pur nella sua furia, mostra però di avere più cuore dei suoi aguzzini e, di fronte al candore infantile, sfodera uno sguardo inatteso e nascosto, sgranando occhi incredibilmente simili agli specchi enormi del piccolo E.T.
Super8 è una pellicola che, bisogna riconoscere, non reinventa e non aggiunge niente, e nemmeno ci prova: riesce perfettamente proprio nel rimanere fedele al suo spirito nostalgico e risulterà davvero irresistibile per tutti i bambini degli anni ’80, cresciuti a suon di Goonies e Stand By Me.
E forse, ci auguriamo, anche per quelli del nuovo millennio.
Elisa Fontana
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